Che la festa cominci

Una, due, tre… mille storie si intrecciano in questo romanzo concretamente surreale. Ognuna speciale, strana, folle… eppure così vicina al quotidiano, alla nostra storia.

Sasà Chiatti, palazzinaro arricchito, inaugura a Roma la sua Villa Ada con un party principesco, il cuoco migliore del mondo, un parco trasformato in zoo safari, la cantante n.1 ospite d’onore, i fuochi d’artificio e intrattenimenti per tutti. Non manca nessuno alla festa, tutto il mondo dei VIP è presente, a partire dal famosissimo scrittore Fabrizio Ciba:

“Mentre avanzava verso il tavolo Fabrizio esaminò la composizione della platea. Valutò un dieci per cento di autorità, un quindici di giornalisti e fotografi, un buon quaranta di studenti, anzi studentesse cariche di ormoni, e un trentacinque di babbione in odore di menopausa. Poi calcolò la percentuale del suo libro e di quello dell’indiano tenuti sul petto da queste brave persone. Facile. Il suo era color carta da zucchero con il titolo di un bel rosso sangue, quello dell’indiano, bianco con le scritte in nero. Più dell’ottanta per cento era azzurrino! Riuscì a farsi spazio  tra gli ultimi grappoli di folla. Chi gli stringeva la mano, che gli dava una pacca fraterna come se fosse di ritorno dall’Isola dei famosi”.

Impossibile riassumere ulteriormente un intreccio così variegato, impossibile rendere la verve dell’autore e l’ansia che, riga dopo riga, cresce nel petto ritrovando in una storia fantastica elementi tanto reali e tanto socialmente brutti!

Il mio personaggio preferito è sicuramente Mantos, con la moglie serpente e zoccola, il mobilificio sulle spalle e la sua setta satanica:

“Lo faceva disperare che la Durlindana pagata trecentocinquanta euro sarebbe finita sul caminetto del suocero. Saverio Moneta aveva comprato quello spadone pensando di trucidarci il custode del cimitero di Oriolo o comunque di usarlo come arma sacrificale per i riti di sangue della setta”.

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Comallamore

“Le persone che avevano varcato il portone della casa dei matti, quelle che si sdraiavano o si accucciavano nei letti dei suoi quattro cameroni, quelle che giravano vestite con un lungo camicione, che rimanevano distese nei giacigli, ammansite dalla braccia dei custodi o dalle cinghie di contenzione, sembravano tutte aver oltrepassato  con quell’ingresso le proprie colonne d’Ercole. Era un limite oltre il quale ogni cosa veniva chiusa alle loro spalle: i loro affetti, le loro storie minute, i vestiti con i quali erano soliti abbigliarsi  e gli oggetti che avevano posseduto, tutto rimaneva al di fuori, come fosse appoggiato alla battigia prima che la follia desse loro il definitivo spintone gettandoli nell’acqua dell’oceano.”

Romanzo breve ma molto inteso che narra la storia di Beniamino dottore mancato a causa di una partita di pallone.

Dopo l’improvvisa morte del padre, Beniamino si sente “affogare in un oceano di nullità”. Responsabile della  vita delle sue tre donne, accoglie il suggerimento dell’amata nonna e va a lavorare al manicomio.

A Beniamino i matti sono sempre piaciuti… lo attirava il loro movimento tondo nel cortile adiacente la sua casetta, la loro serenità incomprensibile, i borbottii, le grida…

Divenuto custode, il ragazzo incontra la follia, quella vera (o presunta) dei malati e poi quella presunta (o vera) della guerra. A sostenerlo nel suo percorso di crescita il Dott. Rattazzi, la Marcella e i matti: Fosco, il professor Cavani, la Renatina…

Una scrittura semplice e avvincente, una storia cruda e commovente, intrisa di follia e amarezza, ma anche di amore e comprensione. Per imparare a fermarsi, osservare e farsi venire la voglia di sapere che gusto ha un petalo di rosa.

“L’eco delle urla con cui quella mattina Fosco risalì alla superficie toccò in modo indelebile l’animo di Beniamino. Fu come se attraverso quel gioco involontario egli avesse scoperto una specie  di porta per accedere ai cieli nei quali il suo albatros tentava il volo, un volo irregolare e sciancato proprio come il passo ce il Castellucci gli aveva regalato. Quel sentimento indefinito e misterioso che da sempre Beniamino aveva provato spiando i matti dal suo giardino trovava nel suo insolito rapporto con Fosco una possibilità di compiutezza, qualcosa ancora non chiaro, ma concreto e reale.”

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