Bambole che fanno gola…

Curiosando sul sito di un’amica ho trovato altre bambole da mettere in wish list (che ormai è chilometrica e sta diventando un miraggio…).

Sono bambole giapponesi della Groove Inc. Occhioni grandi, abiti colorati e originalissime. Ecco le mie preferite:

Denphalae  AiDolls

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Eris Byul

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Naoto Angry  Dal

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Mir  Pullip

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Rivenditore ufficiale per l’Italia www.giorgiaclub.it

Bambole strane…

Qualche giorno fa ero triste, mi sono arrivate le offerte di Coffe Cake and Dolls e mi sono ritrovata a comprare una bambola lontana anni luce dalla perfezione vinilica di Barbie e FR, di Susie e di Momoko.

All’inizio un po’ mi inquietava, col suo fascino di “poupée maudite”, un po’ stile film horror, un po’ manga giapponese… ora la vedo come un punto di partenza, una bambolina sola e triste che ha bisogno di nuova vita!

Non vedo l’ora di abbracciarla!!! Eccola, lei è Sanem

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Comunque anche Taty  e Roby, amiche CVBI, non sono da meno: ecco i loro nuovi acquisti Hujoo e Wanda

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In bocca al lupo Elisa!

Il 26 giugno si è chiuso l’anno scolastico 2008/2009.

Da noi si è chiuso con la notizia che la Maestra Elisa l’anno prossimo passerà alle elementari, lasciando così i nostri pulcini un po’ più soli.

Spero che la sua nuova avventura sia meravigliosa e sono certa che farà grandi cose anche nella nuova scuola.

Per ringraziarla di questi due anni passati insieme, utilizzo le parole della Maestra Maria (che spero non mi chieda i diritti d’autore!):

“Ho pensato e ripensato in questi giorni a cosa poter scrivere su questo foglio per cercare di esprimere al meglio lo stato d’animo mio e di tutte le persone che insieme a me oggi ti salutano e ti ringraziano.

Purtroppo, però, ogni inizio frase, ogni mio tentativo di incipit avevano il sapore della banalità e della superficialità e tu, maestra Elisa, sei sempre stata lontano da tutto ciò che è banale e superficiale.

E allora ho provato a mettermi nei panni di chi in questi anni hai accolto tra le tue braccia con amore e dedizione… i tuoi bambini, sapendo che l’unico incipit che loro avrebbero voluto sentirsi dire da te è senza dubbio C’era una volta… e forse così anche questo momento triste avrà il sapore di una favola.

C’era una volta… una maestra dolce, premurosa, paziente, comprensiva ma assolutamente giusta. Una maestra degna di tale nome…

Per oltre 20 anni mamme papà timorosi, increduli, sospettosi le hanno affidato i loro figli, le loro creature uniche, speciali e, fino a quel momento, di loro esclusiva proprietà. A quei genitori la maestra ha insegnato a conoscere i propri figli, accettarli, aiutarli a superare i loro limiti e a valorizzare le personalità, senza mai invadere lo spazio altrui, senza mai ergersi a paladina di chissà quale verità, con la convinzione che il terreno che ogni giorno si calpesta è quello più ricco di ostacoli che esista: quello dell’educazione di un figlio. A questi genitori tu, Elisa, hai trasferito il tuo sapere che, prima di essere un insieme di concetti, è un insieme di esperienze di vita, perché prima di essere una maestra sei una mamma.

Dei tuoi figli e di tutti i nostri.

E mai in questi anni hai dimenticato di esserlo ed è per questo che quel timore, quell’incredulità e quel sospetto si sono persi dietro alla sicurezza che ogni bimbo ha occupato, occupa e occuperà un posto nel tuo cuore che lo rende unico e speciale come lo è per i propri genitori.

Tu hai educato tutti i tuoi bambini prendendoli per mano, mai standogli davanti ma camminandogli accanto, indicandogli la strada, dando luce al loro buio e sostenendoli in ogni piccola scoperta.

Hai dato loro quello che credevi giusto, il bastone e la carota, la dolcezza e la severità che caratterizzano una guida. Questo sei: una mamma, una compagna di giochi, una guida, una maestra. E sono sicura, siamo sicuri, lo sarai ovunque andrai e per qualunque bambino nei cui occhi saprai leggere la paura di scoprire, imparare, di crescere.

Per mio conto rimando ad ogni riga di questa missiva il pensiero che ho di te, l’affetto che ho per te, la stima che  ho in te.

Mi hai dato tanto, ma hai insegnato di più. Con le parole, con i fatti, con i silenzi che più di tutto mi hanno indicato la strada giusta.

Altre parole sarebbero di troppo in questo momento, ma una, l’ultima, te la si deve: Grazie. Per tutto. Con tutto il cuore dalle tue colleghe, dai tuoi bambini e dalle loro famiglie.

Ogni favola che si rispetti si conclude con un  ‘e vissero felici e contenti’. Nel nostro caso però è questo che si deve dire: ‘e la storia continua’. Ovunque.”

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I fantasmi di pietra

Finalmente arriva l’estate e il tempo libero aumenta: ce n’è a sufficienza per leggere e per scrivere!

Cominciamo…

Al mare mi ha fatto l’occhiolino dallo scafale della Libreria di Alice un romanzo di Mauro Corona. “Ho scritto la Spoon River del mio paese perduto”, così l’autore presenta il suo libro e così sono stata catturata.

Ho già letto alcune cose di Corona, alcune belle, altre meno, però questa persona mi incuriosisce e mi affascina moltissimo.

Devo dire che in questo libro ho trovato una parte di me, magari quella più nascosta, ma quella di cui vado più orgogliosa: il mio essere montanara!

I fantasmi di pietra mi ha commossa, fatta ridere e pensare… a chi c’è, a chi non c’è più, alla mia vita e alla mia storia.

Mauro Corona passeggia per Erto Vecchia seguendo il ritmo delle stagioni e racconta il suo paese e la sua gente rendendoli immortali.

Bello! Bello! Bello!

Un consiglio? Leggetelo!

“Una di queste portatrici, morta un paio di anni fa, era nota per la leggendaria resistenza. Oggi in paese ci sono i telefonini. Ogni famiglia ha un computer sul tavolo e un paio di automobili in garage. Si lavora la terra con le macchine. Nonostante tutto questo lei portava ancora il letame con la gerla. All’inizio di primavera la si vedeva, minuta ottantenne, passare, gerla in spalla, col carico di letame. Se non era letame, erano altre cose: in autunno patate, d’estate legna, panni da asciugare. Copriva distanze da far impallidire il marciatore più allenato. Usava passo corto, quasi un saltello. Non si fermava mai. Per acquistare un oggetto, era capace di andare a piedi fino a Belluno, trenta chilometri, o a Maniago, quaranta. L’ho vista salire sul treno rapido con la gerla piena di letame come fosse vuota. La schiena piegata, il collo tirato in vanti facevano intuire che c’era peso. Ma dal suo sguardo non trapelava nulla. Alla stregua del ginnasta che esegue la croce agli anelli senza che il volto tradisca sforzo alcuno, anche il viso della vecchia restava impassibile. Passo dopo passo, andava avanti per ore senza mai fermarsi. Faceva tenerezza quella formica in scarpetti di pezza, ostinata a combattere la battaglia dell’esistenza con i mezzi primitivi quando intorno trionfava la tecnologia. La casa dove abitava rispecchiava il suo stile essenziale. Una stufa, una panca, un tavolo, una sedia. E basta. In primavera, l’anziana portatrice fioriva come i prati e i rami dei meli. Quando cantava il cuculo e i boschi cambiavano colore, smetteva gli abiti di lana pesante e indossava un completo azzurro chiaro. Con quello andava a messa. Per lavorare usava gonna lunga e giacca grigio chiaro. Una fascia stretta le cingeva la vita. In ultima le sue gambe formidabili la tradirono. Mi chiese un bastone. Scolpii un corniolo con figure di santi. Voleva pagarmelo. Non fece in tempo a usarlo. Non era donna da bastone, quella. Se ne andò prima. Volle andarsene prima. Vi sono vecchi che sanno quando è ora di togliere il disturbo. Si ammalano e muoiono senza pesare a nessuno. Se lo fanno, è per poco.”